Social media e politica: il caso Parler negli Stati Uniti

Parler, il social network alternativo utilizzato dai supporter di Trump e in generale dai conservatori negli Stati Uniti, è stato bandito da Apple e Google e anche il sito web è oggi irraggiungibile. Amazon ha comunicato a Parler di aver chiuso i servizi di web hosting, spiegando in una lettera indirizzata al chief policy officer Amy Peikoff, che Amazon Web Service (AWS) “non può fornire servizi a un cliente non in grado di identificare e rimuovere efficacemente i contenuti che incoraggiano o incitano alla violenza contro gli altri”, e che Parler “rappresenta un rischio molto reale per la sicurezza pubblica”. 

Nonostante la piattaforma si caratterizzi per un pubblico di nicchia, Parler, prima dello stop, stava crescendo in popolarità: nel fine settimana dell’8 novembre, il giorno delle elezioni presidenziali americane, era stata l’app più scaricata. La piattaforma è finita nel mirino dei colossi del digitale perché non è riuscita a mettere un freno ai discorsi violenti e pieni di odio che, secondo le aziende Big Tech, potrebbero facilitare il verificarsi di un altro evento come l’assalto al Campidoglio, avvenuto lo scorso mercoledì. 

PARLER: COME FUNZIONA IL SOCIAL MEDIA DEI CONSERVATORI?

La piattaforma, fondata nel 2018, si autodefinisce “social media imparziale” e un luogo in cui le persone possono “parlare liberamente ed esprimersi apertamente”, secondo la descrizione contenuta sul sito web e sull’App Store. In termini di funzionalità, Parler sembra un mix tra Twitter e Instagram: esiste un feed principale, ogni profilo ha il conteggio dei follower che lo seguono e c’è la possibilità di condividere link e post in tempo reale. La piattaforma è stata ampiamente utilizzata dai sostenitori del presidente Donald Trump, tra i quali diversi soggetti che hanno partecipato all’attacco al Campidoglio. Molti politici, giornalisti e opinionisti conservatori hanno aperto profili e svolto attività di propaganda ​​su Parler. Tra questi il giornalista di Fox News, Sean Hannity, il conduttore radiofonico, Mark Levin, l’attivista di estrema destra, Laura Loomer, il senatore Ted Cruz, e il politico repubblicano, Devin Nunes. Anche Eric Trump, figlio del presidente in carica, ha un account verificato da Parler.

SOCIAL MEDIA E DISINFORMAZIONE: IL RUOLO DI PARLER

Facebook, Twitter e tutte le principali piattaforme social hanno cercato di intensificare gli sforzi per prevenire azioni di disinformazione prima e dopo le elezioni presidenziali di novembre. Questi interventi preventivi hanno offerto a molte importanti voci conservatrici l’occasione di manifestare contro quella che, a loro parere, era un attacco alla libertà di espressione. Twitter ha rimosso decine di tweet del presidente Donald Trump nelle settimane successive alle elezioni e, a seguito dei disordini del Campidoglio, sia la piattaforma di Jack Dorsey che Facebook hanno sospeso l’account del presidente.  Sebbene Facebook e Twitter siano ancora inondati di contenuti di disinformazione e hate speech, per i sostenitori di Trump i passi intrapresi dai colossi del digitale equivalgono ad azioni di censura preventiva, spingendoli a cercare spazi di discussione alternativi. E’ il caso di una delle star del giornalismo a stelle e strisce, la reporter di Fox News Maria Bartiromo, che ha pubblicamente annunciato di voler lasciare Twitter, dove poi è invece rimasta, a favore di Parler. 

PERCHÈ IL BAN?
Polemiche e controversie accompagnano Parler fino dalla sua nascita: i contenuti sono un flusso costante di disinformazione, teorie del complotto e accuse senza fondamento di frode elettorale. Account con foto profilo di svastiche e post marcatamente razzisti sono piuttosto diffusi su Parler. I membri dei Proud Boys, i sostenitori della teoria del complotto QAnon, gli estremisti antigovernativi e i suprematisti bianchi promuovono apertamente le loro opinioni su Parler, senza alcun tipo di filtro. Apple ha deciso la rimozione dell’applicazione dallo store affermando in una nota ufficiale che i post di Parler includono numerose “minacce dirette di violenza e inviti a incitare all’azione illegale”. La società ha affermato che i processi che Parler ha messo in atto per moderare o prevenire la diffusione di contenuti pericolosi e illegali sono “insufficienti”.

Tempo di lettura: 5 minuti

Author: Redazione

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